Dare una risposta a questa domanda…

“I dati ci dimostrano che abbiamo il dovere di dare una risposta a questa domanda“. La richiesta che Rina Biz si sente in obbligo di soddisfare è l’esigenza di conoscere il dialetto (ma lei preferisce chiamarlo “lingua veneta”) anche da parte degli immigrati (Il Gazzettino 03/02/2010). La conclusione è unanime (almeno nella lega): “si insegni la Lingua Veneta a scuola!

Solo che io, veneto di nascita e di discendenza, fatico a comprendere non dico un bellunese che è leggermente meno comprensibile di alcuni idiomi Tuareg, ma anche un trevigiano della sinistra Piave quando parlano in dialetto… OPS: Lingua Veneta! Se apre bocca un vicentino mi vengono i brividi; tra veneziani e mestrini (dico: stesso comune, centro storico e terra ferma!) si schifano perchè usano parole diverse per la stessa cosa o le stesse parole per cose diverse! “Ti xe de Marghera?!” poi è quasi un’offesa, riservata a chi usi la R in una maniera caratteristica. Tra Mestre e Marghera ci sono giusto i binari della ferrovia!

A Chioggia, 35 km via strada molti meno in linea d’aria, si usano termini come “bisa squea” (biscia con la tazza = tartaruga), “mastea eletrica” (mastello elettrico = lavatrice) o simili, incomprensibili per chi non frequenti la cerchia esclusiva dei “caparosolanti” (pescatori abusivi che immettono sul mercato quintali di gigantesche quanto micidiali vongole provenienti dal canale dei petroli di Marghera!).

Del resto è noto che, per ogni abitante di Venezia di là del ponte della libertà c’è “campagna”!

E allora, mi scusino i difensori dei campanili, quale “Lingua Veneta” insegneranno nelle scuole? Ce n’era una: il veneziano (venexian) del ‘600 che ha una tradizione scritta che consentirebbe di ricavare anche testi ecumenici di grande pregio. Più o meno però equivale a studiare il greco o il latino: un buon 70% dei termini è totalmente in disuso ed ovviamente non dispone di definizioni (a parte la paccottiglia leghista) per la maggior parte degli oggetti ormai di uso comune: dalla tazza del gabinetto alla pentola a pressione, dalla televisione all’automobile: non intendo spingermi fino all’informatica o altri concetti ormai correnti!

Intanto eliminiamo la geografia dal curriculum didattico di molti cicli di studio, riduciamo le ore di svariate materie, eliminaimo le compresenze e gli insegnanti di supporto, sostituiamo le discipline alternative all’ora di Religione Cattolica Apostolica Romana con divisione dei bambini che non si avvalgono tra le altre classi. Eliminiamo laboratori e per ultimo tagliamo di un quarto le pulizie delle scuole. In pratica resteranno le ore di religione e quelle di dialetto: le famose radici cristiane dell’europa delle piccole patrie?

Ricordo un’amica toscana che tornava ogni volta incazzata come una vipera dalla spesa quotidiana: “entro e mi parlano in dialetto ed io non capisco nemmeno cosa mi dicono!” Non sarebbe piuttosto il caso di dare una risposta a questa necessità di civiltà minima?!

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