Impossibile accettare. Impossibile rifiutare

La FIAT ha imposto il suo ultimatum a Pomigliano: o l’accordo su quello che abbiamo deciso noi, oppure ce ne andiamo in Polonia (dove hanno già promesso 3 anni senza scioperi) oppure in Serbia.

Tre sindacati hanno già dato il loro assenso a trattare su questa piattaforma, la FIOM ancora no, in attesa del direttivo nazionale di domani che dovrà decidere.

Non si tratta di una scelta possibile: su un piatto della bilancia ci sono diritti minimi che, almeno in alcuni casi, non sono nelle disponibilità del sindacato, riguardando diritti inalienabili della persona, come il diritto di sciopero: “Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano” (Art. 40 della Costituzione della Repubblica Italiana); non nell’ambito degli accordi tra le parti o delle disponibilità del sindacato, ma solo nell’ambito delle leggi!. Sull’altro piatto 5.000 posti di lavoro diretto e circa 15.000 considerando l’indotto. Tutti al sud Italia, dove la condizione dell’occupazione è quasi da terzo mondo.

La FIOM (e gli altri sindacati) non potrebbero firmare un accordo che ignora le leggi vigenti (come l’intervallo minimo di 11 ore tra due turni lavorativi, oppure le assenze per malattia) o i diritti costituzionali (come il diritto di sciopero). Ma non potrà fare altro che piegarsi: far parte anch’essa delle commissioni che valuteranno le eventuali “inadempienze contrattuali” dei singoli lavoratori e decideranno le sanzioni da erogare

Alla fine l’accordo sarà accettato: si dovrà cedere al ricatto. Non ci sono alternative sebbene sia la Federazione della Sinistra che SEL appoggino la scelta di sospensione della FIOM e chiedano al governo di intervenire. Il governo non interverrà (se non in appoggio alla FIAT). Tremonti sta già dicendo che “la via giusta è quella di Pomigliano” e la FIOM non potrà assumersi la responsabilità di una catastrofe occupazionale epocale: non potrebbe fare diversamente.

Chi pagherà? Facile a dirsi.

I lavoratori di Pomigliano per conservare il proprio posto di lavoro accetteranno di rinunciare al diritto di sciopero sancito dalla costituzione; di essere messi in mora se si ammalano più della media dello stabilimento; di lavorare su 18 turni con 120 ore di straordinario obbligatorio che può essere comandato anche eliminando i 30 minuti di pausa mensa

I sindacati che perderanno un po’ della poca credibilità e potere contrattuale: dopo la firma di questo accordo qualsiasi azienda che possa permettersi di mettere sul piatto il ricatto della delocalizzazione imporrà le stesse condizioni

I lavoratori italiani: passata l’imposizione della FIAT le condizioni di tutti saranno progressivamente compresse seguendone l’esempio.

I lavoratori polacchi: la promessa di 3 anni senza scioperi (come dire 3 anni accontentandosi di quello che offre FIAT) non è stata sufficiente ad ottenere il trasferimento: la prossima volta dovranno piegarsi ancora di più.

La democrazia: se la costituzione e la legge possono perdere di validità dentro il recinto di una fabbrica significa che la nostra repubblica è veramente finita. La legge è uguale per tutti fuori da Palazzo Chigi e dallo stabilimento di Pomigliano. La Costituzione va cambiata perché la libertà di impresa che deve fare i conti con “la sicurezza, libertà e dignità umana” (art. 41, quello che Berlusconi e Tremonti vogliono cambiare!) non è abbastanza libera: bisogna poterle liberamente calpestare altrimenti…

La libertà: possiamo pure non chiamare schiavitù la condizione di rinuncia ai propri diritti, quando la rinuncia è esplicita e quando in cambio di tale rinuncia viene concesso uno stipendio, seppur da fame. Possiamo pure non chiamare schiavitù il fatto che ciò che vale per tutti gli altri cittadini come diritto inalienabile, non vale per coloro che non hanno alternative di vita: o vi rinunciano oppure si arrangino. Possiamo pure non chiamare schiavitù la firma di un contratto estorta armi (delocalizzazione) alla mano.

E allora non chiamiamola schiavitù. Ma per cortesia non mi si venga a parlare di “libero mercato sociale” come fa Tremonti osannando l’accordo. I lavoratori di Pomigliano pagheranno per primi, gli altri lavoratori a seguire. Confindustria gode, i “giovani industriali” (tutti con il cognome dei vecchi industriali alla faccia della mobilità sociale!) esultano; il governo sbava con l’acquolina in bocca. La Lega se ne frega tanto siamo al sud (vedremo poi che farà con i prossimi ricatti che seguiranno al nord); i sindacati “gialli” non vedono l’ora di dimostrare quanto sono responsabili. Alla FIOM la responsabilità di una scelta che non è scelta e che non potrà che rappresentare una sconfitta senza colpa.

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