SEL a Mogliano: ragionamenti e chiavi di lettura

Ho partecipato molto volentieri ieri sera all’evento con il quale è stato presentato il neonato Circolo di Sinistra Ecologia e Libertà di Mogliano. Ai compagni di SEL vanno – innanzitutto – i nostri migliori auguri oltre che le felicitazioni per una iniziativa che contribuisce (speriamo) a chiarire meglio il panorama politico moglianese gravato da una serie di liste e gruppi la cui collocazione non è sempre agevole all’osservatore (sia detto ovviamente da osservatore appunto, e dunque senza voler con ciò criticare in alcun modo le relative posizioni!).

La nostra speranza, già espress altrove in questo blog, è quella di poter aprire un confronto franco ed aperto che possa sfociare in posizioni unitarie indispensabili per una realtà dove la sinistra (senza trattini e limitazioni retoriche) non gode certo di grande influenza sulle scelte che incidono sul futuro del territorio e dei cittadini.

E’ proprio in nome di queste franchezza ed apertura che ci permettiamo una meditazione su quanto emerso nella serata; anche nella convinzione che un dibattito costruttivo debba partire dalle cose che ci uniscono, ma non possa prescindere da quelle che identificano ciascuno di noi: se non esistessero non si spiegherebbero, altrimenti, le attuali divisioni.

Chiariamo innanzitutto il fatto che l’occasione era la presentazione di un libro su Niki Vendola, non si trattava dunque di un incontro teso a delineare, in qualsiasi modo, linee politiche e programmatiche. E’ bene fare questa precisazione anche perchè non sembri che le nostre valutazioni siano una sorta di critica preventiva all’agire del nuovo Circolo!

A nostro parere sono 3 i concetti fondamentali attorno ai quali il dibattito è ruotato: ascolto, racconto/narrazione e apertura/disponibilità; tutti tre declinati – prevalentemente ma non esclusivamente – in chiave biografica attorno alla figura del leader che non possiamo non definire carismatico, visto che lo stesso simbolo del movimento si divide a metà tra il logo con la denominazione e la dicitura “con Vendola”. Su queste tre chiavi ci permettiamo un ragionamento frutto di una più calma riflessione.

ASCOLTO. Si è più volte sottolineato come Vendola (e conseguentemente il movimento che a lui si rifà) sia intenzionato a promuovere e mantenere l’ascolto piuttosto che l’indicazione di una linea precostituita. A tal proposito sono stati portati alcuni esempi: dalla visita di Vendola ai cancelli di Mirafiori alle consultazioni aperte a tutte le rappresentanze sociali sul territorio dopo la prima vittoria alle elezioni regionali in Puglia.

La capacità di ascoltare in politica è certamente un fattore essenziale: non per nulla una delle accuse più frequentemente mosse “al palazzo” è quella di aver perso il contatto con la gente comune, la capacità di ascoltare appunto. Ma l’ascolto non può essere neutrale come a volte si pretenderebbe: è infatti guidato dalle proprie idee, dagli obiettivi, dalle scelte di campo. Inoltre l’ascolto non può prescindere dalla scelta: devo decidere chi ascoltare (tutti è impossibile) ma soprattutto dopo aver ascoltato ad ampio raggio dovrò decidere a quali istanze dare seguito o quantomeno maggior credito.
Un esempio lampante sta proprio nella “vertenza Mirafiori”: ascoltiamo pure tutte le campane: padronato, sindacati complici (la definizione è di Sacconi), FIOM; ma poi si deve decidere quale abbia torto e quale ragione ed agire di conseguenza. Da questo punto di vista non possiamo che felicitarci per la schietta e determinata posizione presa da Vendola e dall’intera SEL a favore della posizione degli operai della FIOM.

Un altro limite che rileviamo nell’ascolto (un paletto preciso che non possiamo non mettere) è la ragionevole coerenza e la tendenza al miglioramento.
Sinceramente – per fare un esempio – il fatto che ad una larghissima fetta degli italiani interessino le vicissitudini dell’Isola dei Famosi, non giustifica in alcun modo il peso che questa produzione riveste per la RAI; che però si giustifica parlando proprio di ascolto ed attenzione per le preferenze del suo pubblico. Intendo dire che la disponibilità ad ascoltare ed accettare supinamente ciò che proviene da ipotetiche maggioranze (o comunque minoranze consistenti) sfocia spesso in un progressivo degrado: abbasso il mio target per allargarlo con il risultato di legittimare il peggio rendendolo medio e dunque ulteriormente peggiorabile.
L’unico antidoto che vedo a questa tendenza (anche se può apparire per certi versi autoritario o elitario) è quello di porre dei limiti invalicabili verso il basso battendosi per spostare il livello della comunicazione (e dell’analisi, della consapevolezza, del desiderio perfino!) verso l’alto.

Non dimentichiamo (senza assolutamente volerlo confondere: sia chiaro!) l’uso che dell’ascolto fa la Lega. Sentire gli umori della base, del popolino (si diceva una volta); sfruttare quelli più irrazionali e cavalcarne l’onda, è certamente una delle specialità di questo movimento; quella che ha portato  alla diffusione ed alla stabilizzazione delle idee più becere e pericolose di questi ultimi anni: dal razzismo verso chiunque esca dalla media – nella vulgata leghista “padrone a casa mia” oppure “radici cristiane” o ancora “sessualità/famiglia naturale” – fino all’egoismo spinto dell’ “ognuno per sé” che prentendono di chiamare federalismo.

RACCONTO/NARRAZIONE. Si tratta di una parola d’ordine che ritorna frequentemente nel discorso vendoliano spesso abbinata alla metafora del vocabolario. Dobbiamo coniare un nuovo vocabolario della politica; dobbiamo creare/divulgare una diversa narrazione del reale e del possibile.
Anche in questo caso si tratta di una chiave tipica: non per nulla (ad esempio) utilizzata con sapienza professionale (e fior di consulenti di certo!) dallo stesso Berlusconi che è riuscito ad imporre il suo “racconto della realtà”.

La politica non può prescindere da un racconto, dall’affabulazione: senza di ciò sarebbe impossibile diffondere la speranza del cambiamento che si basa sulla narrazione di un mondo possibile.

Il racconto è dunque il momento di massima sintesi dell’elaborazione politica: dipingere lo scenario auspicato evidenziandone i vantaggi rispetto a quello (altrettando narrato e dunque metaforico) attuale è il viatico principale per diffondere gli obiettivi e le misure attuate/attuabili per raggiungerli. Senza la narrazione di un futuro possibile la politica si riduce a mera amministrazione dell’esistente.

Il rischio opposto però è quello di ridurre la politica a pura narrazione, momento di sintesi facilona per evitare lo sforzo di analisi e di comprensione.  E’ il caso delle affabulazioni, a volte deliranti, del nostro premier che dipinge un’Italia che esiste forse solo nei confini del parco della villa di Arcore e negli schermi delle sue televisioni, come se fosse la realtà quotidiana in cui viviamo. Quando si presenta la pappa pronta facile da digerire o il sogno di felicità facile da immaginare, la narrazione può risultare vincente, ma l’effetto è tossico almeno quanto quello di una droga allucinogena.

Quello che ci manca – e siamo sinceri al limite del brutale nel dirlo – nell’attuale prospettiva di SEL, è la fase di analisi che sta dietro al momento di sintesi rappresentato dalla narrazione. Non intendiamo con ciò affermare che questa analisi manchi, ma al momento non siamo ancora riusciti a coglierne se non gli echi che tornano nel racconto – per altro a volte affascinante – che ne trae Vendola.

Abituati e propensi a valutare la politica attraverso la fatica dell’analisi (ed in questo probabilmente hanno ragione a definirci vecchi, forse addirittura superati!), fatichiamo non poco a trovare i modi per attuare le convergenze certamente possibili oltre che auspicabili.

APERTURA/DISPONIBILITA’. Più volte è emerso il concetto di apertura, attenzione e disponibilità più o meno indifferenziata. Torna nelle prospettive di alleanza (Vendola ha dichiarato di non avere preclusioni verso l’UDC e di non capire i loro veti), nella costituzione delle cosiddette “Fabbriche di Niki” dove partecipano ed hanno voce persone provenienti dalle più disparate storie politiche, negli slogan stessi: “Non sarò il presidente di un piccolo partito ma il presidente di una grande speranza” che spazia geograficamente ed idealmente da nord a sud, da sinistra a destra. Gli stessi giornalisti, autori del libro, hanno sottolineato come, nella stessa strutturazione in capitoli, vi siano tre categorie separate: Destra, Sinistra e Politica; con ciò evidenziando come le prime due siano categorie superate dalla nuova visione della politica vendoliana.

Anche in questo caso forse si evidenzia il nostro essere vecchi, forse (anche se naturalmente noi non ci crediamo!) superati dall’attualità, destinati alla spazzatura della storia… Ma per noi – che ci definiamo ancora Comunisti – il superamento di queste categorie risulta tuttora impossibile e, crediamo, anche foriero di pessimi esiti.

Ciò che ci impedisce di accomunare SEL all’attuale PD – ormai contenitore quasi indifferenziato per il quale non si riesce a capire il senso di ciò che segue il trattino che separa centro-sinistra! – è quell’accento sul termine (e la categoria dunque) Sinistra che sta nella denominazione stessa del movimento, oltre alla storia comune che ci ha unito fino alla recentissima rottura dovuta agli esiti congressuali di Rifondazione Comunista.

Per parte nostra possimo capire l’attenzione strumentale al centro-sinistra in quanto unica possibilità, in un sistema maggioritario, per incidere fattivamente sulle scelte politiche raggiungendo le stanze dei bottoni. Ma ci riesce estremamente arduo condividere una prospettiva unitaria che vada al di là dello scenario immediato o comunque di breve periodo.
Ci ha (parzialmente) rinfrancato l’auspicio – fatto dal coordinatore provinciale – di un ritorno alla chiarezza che sfoci nella separazione delle diverse anime dell’attuale PD tesa a riaggregare una sinistra, senza trattini, degna di tale nome. Ed in questa prospettiva certo le convergenze possibili ci sono tutte.

Cogliamo dunque questo messaggio augurandoci che SEL – almeno a Mogliano se non a livello nazionale – possa porsi come centro di equilibrio di una sinistra che voglia (e possa) rinunciare a quel “centro-“, unendosi e rafforzandosi in sé prima (ed eventualmente a prescindere) dalla ricerca di possibili alleanze.

Se questo fosse il disegno strategico di SEL, ed ovviamente se questa strategia risultasse realizzabile, l’attenzione e la disponibilità da parte nostra non mancherà di certo.

Se invece il tentativo fosse solo quello di creare un nuovo soggetto egemone – perchè portatore di una nuova immagine, magari più trendy ed accattivante – che però insista sull’attuale equilibrio di forze, fortemente sbilanciato verso un centro progressivamente sempre più moderato e spostato a destra, potranno certamente esserci momenti di collaborazione (non sono mancati in passato!), ma difficilmante si potrà parlare di convergenze.

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