Tempo di guerre

L’Italia è in guerra: la cosa è chiara a tutti fuorchè ai vertici “responsabili” dello Stato. Si tratta di una, o meglio d’una serie, di guerre civili, più una guerra dichiarata a mezzo contro “lo straniero invasor“!

Il Parlamento italiano è diventato un campo di battaglia da quando la maggioranza pretende di fare la “riforma epocale” della giustizia facendo passare piccoli provvedimenti il cui obiettivo è esclusivamente quello di alleggerire o ritardare i processi che riguardano una specifica persona: depenalizzare, rendere più difficoltose le indagini, togliere materiali probanti, abbreviare i termini di amnistia e vai agevolando. Il tutto in maniera assolutamente indipendente dal tipo reati che vengono coinvolti come gli “effetti collaterali” nelle varie guerre umanitarie, ed anzi facendosi scudo dell’effetto su quei reati come della panacea contro i mali della nostra giustizia.

Il Governo italiano è ormai da anni in perenne guerra contro la magistratura, accusata quando va bene di connivenza con il nemico, quando va male di alto tradimento, golpe, attentato alla Costituzione o ai poteri dello stato. Roba da condanna a morte in moltissimi paesi anche cosiddetti civili

Gli italiani sono in guerra contro il mese: moltissimi non riescono a farvi fronte per intero e lo combattono con le unghie e con i denti, ogni giorno per cercare di avere ancora una volta la meglio, nella speranza che il fronte, dal mese prossimo, possa volgere a loro favore.

Il sistema industriale è in guerra con tutto il resto del paese: lo condanna alla fame o alla schiavitù (FIAT ma non solo); all’avvelenamento da fumi (inceneritori) o da radiazioni (centrali nucleari); alla cementificazione da TAV o da autostrade; alla sete da privatizzazione degli acquedotti o alla fame chimica da trasformazione dei campi in discariche di rifiuti industriali e pericolosi. Questa è la parte più avanzata del paese: la cosiddetta classe dominante, essenziale per la definizione delle strategie che determineranno il nostro futuro.

La Lega Nord è in guerra contro tutti: l’opposizione per imporre all’Italia le sue scelte strategiche; il Governo per imporre all’Italia le sue scelte strategiche; i potentati economici per imporre all’Italia le sue scelte strategiche; l’Europa per imporre all’Italia le sue scelte strategiche; la cultura per imporre all’Italia le sue scelte strategiche; gli immigrati e la Tunisia perchè si sta accorgendo di non riuscire ad imporre agli italiani le sue scelte strategiche.

Si apre un nuovo fronte interno: una proposta di legge, che certamente verrà ancora una volta derubricata a folklore (fino a che non diverrà senso comune), che vuole la costituzione di piccoli eserciti regionali, analoghi in tutto e per tutto all’Esercito Italiano, fuorchè per la linea di comando e per le regole di reclutamento su base strettamente volontaria e regionale (suggerisce nulla?!). Se questo non è il primo passo per formalizzare la secessione chiedo la tessera del Movimento dei Responsabili direttamente dalle mani di Scilipoti.

In compenso non combattiamo la guerra alle radiazioni disperse dalle centrali giapponesi: chiunque sia un minimo informato di metereologia sa infatti molto bene che venti e correnti marine da quelle parti ruotano tutti in strette spirali attorno a Tokio, senza allontanarsene mai più di qualche decina di chilometri. Come dite: non è vero?! Ok, ho esagerato: sono solo le notizie che facendo una spirale sempre pià stretta, almeno fino alla fatidica data dei nostri referendum, non riusciranno a raggiungere l’Italia!

Noi siamo in guerra contro la Libia. Anzi no: contro il governo libico e, per evitare le stragi di civili, bombardiamo le loro città oltre a qualche colonna di ribelli, ma così per caso! Il destino di Gheddafi è ormai segnato: si parla di un esilio con asilo politico in Sudan oppure a Bergamo dove la Lega, dopo aver tentato in tutti i modi di scacciarlo dalle sue banche, ha deciso di offrirgli la Gran Croce al Merito dei Fora De I Ball dopo che ha scoperto che, caduti lui e Ben Ali, non c’è più nessuno disposto ad accollarsi il franchising dei suoi lager nel deserto per immigrati.

In compenso, la guerra è con la Libia, ma nei campi di concentramento ci finiscono i tunisini. Va bene combattere per la libertà, ma non si esageri. Combattano a casa loro e lavorino che “Il lavoro rende liberi” come sta scritto all’ingresso del “Campo di prima accoglienza” di Manduria o degli equivalenti in Sicilia e Campania. Anche qui all’italiana: gli accolti scappano e la polizia chiude un occhio, che tanto vanno verso la Francia (anche con quella siamo in guerra!) per lavorare lì e rendersi liberi.
Del resto come farebbero a “predisporre il trasferimento di altri 1.000 profughi tunisini” in un campo costruito per 600 e nel quale ne sono già stati accolti 2.000?!

A parte Ventimiglia, confine con la Francia, di profughi al nord non se ne parli proprio! Che ce ne frega a noi?! L’unica cosa che ci interessa è che finiscano presto guerra e ribellioni che dobbiamo tornare a costruire inutili quanto faraoniche autostrade, pagate con i soldi della cooperazione internazionale, e che magari appoggeranno su tonnellate di rifiuti tossici industriali – come in Somalia – prendendo due piccioni con una fava. E poi con tutto ‘sto casino chi ce li piglia gli immigrati che rispediamo lì per poter mantenere precaria la vita degli altri e renderli silenziosi e disponibili a qualsiasi forma di schiavitu?! Insomma: libertà va bene, ma non dimentichiamocelo che “il lavoro rende liberi“!

Quasi dimenticavo! Berlusconi è in guerra contro l’acqua che scarseggia a Lampedusa impedendogli di irrigare il progettato campo da golf; contro la calce che imbianca i muri delle costruzioni caratteristiche dell’isola; contro la lentezza dei trasporti che renderà impossibile un veloce weekend di gioco nel costruendo casinò e contro l’aeroporto che limita il relax nella nuova villa appena acquistata.
L’idea sarebbe quella di colorare le case con tinture chimiche comprate su Media Shopping, usare l’acqua minerale che certamente produce da qualche parte (anche se non ricorda più dove), chiudere l’aeroporto e collegare l’isola alla terra ferma mediante un ponte che possa far finalmente dimenticare il fallimento di quello che dovrebbe unire Messina alla Calabria. E non se ne parli più!

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