Archivi del mese: giugno 2012

Noi non ce ne andiamo

Noi non ce ne andiamo: appello per un presidio dei migranti e con i migranti, il 30 giugno davanti alla prefettura di Bologna

Il dramma del terremoto ha messo in luce il disastro che si chiama legge Bossi-Fini. Noi migranti siamo oltre cinque milioni in Italia, ma siamo considerati uguali agli altri solo per essere sfruttati o quando sacrifichiamo la nostra vita sui posti di lavoro. A causa di questa legge, del contratto di soggiorno, della presenza dei CIE, della minaccia dell’espulsione, noi migranti siamo doppiamente ricattati sui posti di lavoro, nello studio e in ogni ambito della vita. A causa di questa legge, tanti stanno perdendo le condizioni per rinnovare il permesso per sé e per i propri figli nati qui o arrivati da piccoli. Questo succede anche perché le Questure stanno interpretando la legge in maniera restrittiva: chiedendo continui aggiornamenti della documentazione, concedendo permessi della stessa durata di contratti di lavoro sempre più precari. Per chi è senza permesso è invece impossibile ottenerlo e migliaia di persone stanno ancora aspettando una risposta dopo la sanatoria-truffa del 2009.

A causa di questa legge, migliaia di persone, lavoratori e lavoratrici, studenti, bambini che vivevano nelle zone colpite dal terremoto rischiano ora di perdere, oltre alla casa e al lavoro, anche i documenti. La Bossi-Fini è un disastro che rende ancora più insopportabile il dramma del terremoto. È inaccettabile il silenzio del governo sulla moratoria per i permessi di soggiorno. D’altra parte, cambiano i governi ma non la Bossi-Fini, e l’unica differenza è la tassa odiosa sui permessi di soggiorno. Per il resto solo parole e le solite promesse. Tutti però sanno che noi migranti siamo una parte fondamentale di questo paese. Qui lavoriamo, qui nascono, crescono, studiano i nostri figli e le nostre figlie. Se noi migranti non abbiamo sicurezza nessuno potrà averla, perché la Bossi-Fini è una fabbrica di sfruttamento e precarietà che colpisce tutti. In questa situazione è necessario scegliere da che parte stare: noi non accettiamo che questo sia considerato normale.

Per questo non stiamo zitti. Non accettiamo la Bossi-Fini: non accettiamo di essere ogni giorno ricattati dove viviamo e lavoriamo, non accettiamo che il dramma del terremoto diventi un disastro per i migranti. Per questo invitiamo uomini e donne, migranti e italiani, a partecipare al

PRESIDIO DEI MIGRANTI E CON I MIGRANTI, DAVANTI ALLA PREFETTURA DI BOLOGNA, SABATO 30 GIUGNO DALLE ORE 10.30

  • per sostenere e rilanciare la richiesta di una moratoria urgente sui permessi di soggiorno nelle zone terremotate
  • per denunciare l’applicazione della legge da parte di Questure e Prefetture che di fatto spesso impedisce di ottenere il permesso per ricerca lavoro
  • per dire NO alla legge Bossi-Fini e al contratto di soggiorno, per il permesso di soggiorno per tutte e tutti senza truffe né ricatti

Facciamo appello a tutte le realtà e a tutti gli uomini e le donne che hanno sottoscritto la richiesta per una moratoria urgente sui permessi di soggiorno e che possono raggiungere Bologna a essere attivamente con noi quel giorno.

Coordinamento Migranti Bologna e provincia, Coordinamento Migranti Cento, Scuola d’Italiano con migranti Xm24, Sportello medico-giuridico Al-Sirat

Info: coo.migra.bo@gmail.com / 327.57.82.056

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PAT: peccato non esserci!

Per giovedì mattina l’assessore nonché vicesindaco Boarina ha convocato in Comune le associazioni di categoria degli agricoltori per fare il punto sul PAT e confrontarsi con le loro argomentazioni, richieste e proposte.

Noi ovviamente non ci saremo, almeno fisicamente! Eh si, perchè sta di fatto che un piccolo contributo l’abbiamo dato e ci dispiace oltremodo non essere lì a sentire lo stridor di dita sugli specchi quando l’assessore dovrà spiegare perchè la documentazione informativa, su cui viene basato il Documento Preliminare, che getta le basi per l’accordo con la Provincia e per l’intera eleaborazione sul PAT (confronti compresi), non contempli i dati del Censimento dell’Agricoltura del 2011 presentando, come fossero chissà quali scoperte, le elaborazioni svolte per il PRG del 1997 basate sul Censimento dell’Agricoltura del 1991.

Come dire che, per valutare il traffico sul passante, ci si basa sull’invenzione della macchina a vapore. No dico: dati di 21 anni fa per stabilire quale sia la situazione dagronomica del territorio di Mogliano! Si tratta di lacune che – guarda caso! – avevamo scoperto tempo fa e ve ne abbiamo resi edotti aggiungendo anche le elaborazioni che si possono trarre dai dati del censimento del 2011 e che descrivono una situazione dell’agricoltura (ma anche dell’ambiente e del paesaggio) a dir poco spaventosa. Altro che Boulevard Cittadini!

C’è da dire che un esponente della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA) era presente alla nostra assemblea del 13 giugno scorso ed ha avuto modo di valutare con attenzione quei dati, oltre a portarne a sua volta di interessanti. Ci spiace dunque non essere lì giovedì a vedere la faccia del vicesindaco ed a sentire con quali argomenti giustificherà una carenza informativa che ha del ridicolo: si tenga conto che l’analisi per l’ISTAT l’ha fatta il Comune e che i dati – sebbene provvisori in attesa della vidimazione sono pubblici e disponibili da tempo. Solo il nostro vicesindaco, nonchè assessore all’urbanistica (dunque principale responsabile del PAT) ed al bilancio (dunque colui che ha firmato i mandati di pagamento per il censimento!) poteva non saperne nulla…. O non volerne saper nulla?

Eh già, perchè certe volte conviene fare orecchie da mercante, meglio non sapere! Non sapere ad esempio che nella provincia di Treviso  negli ultimi 10 anni contiamo una riduzione di 184 kmq di SAT – Superficie Agricola Totale – (pari a circa 18 kmq/anno) con una sottrazione di circa 109 kmq di SAU – Superficie Agricola Utilizzabile. La differenza tra le due è quella tra ciò che si potrebbe usare e ciò che si usa effettivamente. A Mogliano in 20 anni (1991-2011) il calo è stato di 776 ettari, pari a 7,76 Kmq.

Delle 1.496 abitazioni non occupate (dai provvisori censimento 2011) abbiamo già avuto modo di dirvi, ma all’assemblea dell’altra sera sono stati presentati altri dati significativi che l’Amministrazione s’era ben guardata dal rendere noti. Si tratta degli incrementi di metrature dal 2002 al 2010:

  • Commerciale: da 73.180 mq a 82.514 mq con un incremento del 13% come superficie e del 58% come rendita catastale
  • Industriale: da 234 a 282 unità immobiliari con un incremento del 21% di unità e del 47% di rendita catastale
  • Magazzini e Locali Deposito: da 83.741 mq a 122.993 mq con un aumento del 47% di superficie e del 40% di rendita catastale

Come sia possibile pretendere di definire Concertazione la distribuzione di moduli per la raccolta di eventuali osservazioni è concetto chiaro solo al vicesindaco Boarina. Ma se poi questa presunta concertazione si basa anche su un colpevole o negligente, occultamento delle informazioni, allora arriviamo alla farsa. I cittadini e le associazioni presenti sul territorio dovrebbero esprimere un parere sulla situazione attuale vista attraverso la lente di dati di oltre 20 anni fa o andarsi a cercare – novelli Bob Wooward e Carl Bernstein – informazioni sulla crescita effettiva della cementificazione del nostro territorio.

Ed intanto il vicesindaco – nonché assessore al Bilancio ed all’Urbanistica – sbandiera gli investimenti per l’informatizzazione del catasto urbano: o si tratta di soldi spesi male, oppure non ancora operativi, o non è stato capace di usarli, oppure… Meglio che il cittadino non sappia certe cose?!


#10×100

L’appello


Le mediazioni sul corpo delle donne

Da Rifonda giovedì 14  giugno 2012

di Linda Santilli

La lotta esausta contro le donne e la loro autodeterminazione non ha sosta e procede martellante come è in uso con particolare foga nel nostro paese. Dopo vescovi, preti, crociati, politici disseminati a destra e sinistra, predicatori televisivi vari, adesso è la volta di un giudice tutelare di Spoleto portare l’affondo contro la legge 194. L’uomo ha bloccato le pratiche di una ragazzina minorenne in procinto di interrompere la gravidanza per farsi paladino dell’embrione appellandosi ad una

sentenza emanata alcuni mesi fa dalla Corte di giustizia di Strasburgo in cui si vieta di brevettare i risultati di ricerche sulle cellule staminali. Dunque il 20 giugno la Corte costituzionale dovrà esprimere il suo parere in particolare sull’articolo 4 della legge 194, l’articolo che stabilisce la possibilità di ricorrere all’interruzione di gravidanza entro 90 giorni dal concepimento se la donna anche sulla base delle condizioni di salute, economiche, sociali e familiari corre un serio pericolo psicofisico. Secondo il giudice umbro l’articolo 4 costituirebbe una lesione del diritto alla vita dell’embrione.

In attesa che giunga il verdetto non ci resta che fare alcune riflessioni, brevissime perché già fatte negli anni a iosa e perché fiumi di inchiostro e di parole le donne hanno già speso, ma anche amare perché le ragioni oggi avanzate da costui, il giudice tutore dell’embrione, erano già scritte e noi l’avevamo detto. Suona presuntuoso ergersi a “Cassandre”, ma è impossibile non farlo. Impossibile non tornare alla discussione animata che vi fu attorno alla legge 40 quando femministe, reti di donne, operatrici socio sanitarie, giuriste e giuristi, scesero in campo perché si vincesse la battaglia referendaria per abrogarla. Una legge anticostituzionale, fu detto a gran voce, che in un colpo solo sotterra diversi principi fondativi della nostra Repubblica, dall’inviolabilità del corpo femminile, alla laicità dello Stato ad altro ancora. Ma soprattutto apparve evidente che essa, avendo come nucleo centrale la tutela del concepito rendendolo soggetto di diritto a tutti gli effetti, sarebbe stata utilizzata come una clava contro la 194 che invece stabilisce il primato delle donne sulla procreazione ed il controllo sul proprio corpo, essenziale alla libertà femminile. Le cose andarono come andarono e il referendum non raggiunse il quorum. E la legge 40 continua ad essere ancora legge dello Stato. E nessuno negli anni successivi, dai banchi del parlamento, anche quando la sinistra era al governo, si è affannato troppo per rimuoverla in toto come andrebbe fatto. L’autodeterminazione femminile, lo sappiamo, non esiste come tema nelle varie agende politiche, non è mai un punto qualificante di programmi elettorali e non rientra tra le preoccupazioni, né principali né secondarie, di partiti e istituzioni. Sparse qua e là spuntano sensibilità, dichiarazioni d’obbligo, frasi facili da dire perché dirle ogni tanto non costa nulla. Ma in fondo si continua a ritenerla una questione specifica e non politica che riguarda le donne e di cui devono occuparsi loro. Nonostante le femministe abbiamo spiegato bene che qui si sta parlando di affermare e difendere l’habeas corpus femminile, un principio costitutivo irrinunciabile perché espressione primaria di un diritto di libertà che è fondamento della comune umanità, e che dunque dovrebbe riguardare tutti e tutte, uomini compresi. Invece non è così. Invece ogni volta che nella storia, nel corso degli ultimi decenni, le donne hanno posto la questione della propria autodeterminazione in tema di riproduzione, sulla libertà del corpo femminile si sono giocate sempre mediazioni a ribasso, e pochi hanno avuto il coraggio di portare avanti una battaglia netta senza se e senza ma. Il punto è che se vuoi affermare un principio non puoi mediare. Se sei contro la guerra non c’è mediazione che tenga, ti opponi e basta, “senza se e senza ma” appunto.

Così non è stato mai per la libertà delle donne, infatti come sappiamo la stessa legge 194 approvata del 1978, fu il frutto di un imponente lotta delle donne, e di mediazioni politiche estenuanti, mediazioni di cui per altro proprio l’articolo 4 è espressione evidente. E dopo compromessi faticosissimi tra cattolici e non, l’interruzione di gravidanza fu finalmente resa possibile ma solo sotto la tutela dello Stato e solo sottoponendosi ad un iter non facile e ostacolato dalla possibilità degli operatori sanitari e dei medici di fare obiezione di coscienza. Quindi perfino quella vittoria straordinaria, che ci parla di un’epoca più felice di quella che viviamo, fu il risultato di grandi mediazioni.

Tornando ora un momento alla nostra epoca meno felice e dunque alla legge 40, è bene ricordare che essa non nacque dal nulla, tantomeno dalla mente diabolica di uomo di destra, ma si è andata alimentando via via nel corso di diverse legislature ed in diversi disegni di legge presentati anche da forze di sinistra, che erano tutti particolarmente restrittivi proprio per quanto riguarda la libertà e responsabilità femminili, fino ad approdare nell’obbrobrio legislativo finale che conosciamo.

Perché anche pezzi consistenti di sinistra mediano sempre così tanto quando si tratta del corpo delle donne? Perché fanno propria la pericolosa litania della prevenzione e dell’aborto come dramma quasi fossero paroline magiche invece di difendere la libertà femminile e dire su questo una parola definitiva?

Forse perché il patriarcato, cioè il sistema di potere più antico e radicato che esiste, nasce per controllare il corpo riproduttivo femminile. Nasce proprio per questo. Ed usa tutti i mezzi per riuscire nel suo scopo. Ieri come oggi.


Il goal più bello e difficile di Mahmoud Sarsak si chiama libertà

Da Rifonda

di Federica Pitoni *

Mahmoud SarsakMahmoud Sarsak è un ragazzo palestinese di 25 anni. Mahmoud Sarsak è un calciatore della nazionale palestinese. Mahmoud Sarsak è oggi prigioniero in un carcere israeliano. Mahmoud Sarsak è in sciopero della fame da 88 giorni. Mahmoud Sarsak oggi pesa circa 50 chili. Mahmoud Sarsak sta morendo. Lentamente. Nel silenzio. Mentre il mondo calcistico è impegnato negli Europei. Mentre i tifosi seguono le gesta delle loro squadre. Mentre la pagine dei giornali si riempiono dei resoconti e dei risultati delle partite. Non una riga su Mahmoud Sarsak.

Siamo abituati al silenzio sulla Palestina. Di Palestina sui giornali si scrive solamente di fronte alle grandi tragedie oppure se ne scrive per mistificare la realtà, per descrivere ogni palestinese come terrorista. Raramente, davvero molto raramente si trovano notizie. E infatti la gran parte dell’opinione pubblica sa pochissimo della cosiddetta questione palestinese.

Spezzare questo muro di silenzio omertoso che cela la tragedia di un intero popolo che da più di sessantaquattro anni vede negato ogni diritto, è una delle tante guerre che ogni palestinese combatte.

La storia di Sarsak si lega con tutto questo: Mahmoud con il suo sciopero della fame a oltranza sta urlando al mondo perché cessi tutto questo. E con la sua tenacia pone il mondo intero di fronte alle sue responsabilità, ponendo sotto gli occhi di tutte e di tutti uno dei tanti aspetti dell’occupazione israeliana della Palestina: l’efferato sistema di detenzione riservato ai palestinesi. Uno dei tanti modi per cercare di calpestare il popolo palestinese. In Cisgiordania è in vigore la detenzione amministrativa, un sistema con il quale il regime israeliano può detenere in carcere a tempo indeterminato senza alcuna accusa specifica, senza un processo. A Gaza esiste – ed è il caso di Sarsak – la “legge sui combattenti illegali”, con la quale Israele può imprigionare, anche in questo caso, chiunque senza alcuna accusa specifica, senza processo, a tempo indeterminato. Per tutto questo migliaia di prigionieri palestinesi hanno portato avanti un lunghissimo sciopero della fame poco tempo addietro, uno sciopero cessato per quasi tutti il 14 maggio, a fronte di un accordo che Israele ha già violato innumerevoli volte.

La storia di Mahmoud Sarsak ci racconta tutto questo. Mahmoud nasce a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, ed è da piccolissimo che scopre la sua passione per il calcio, che lo porta nel giro di un po’ di anni a giocare con la squadra locale. Non possa molto tempo, che arriva a giocare con la nazionale palestinese nel ruolo di centravanti. Grazie al calcio, Mahmoud può uscire da Gaza per alcune partite. Il 22 luglio 2009 viene arrestato senza alcun accusa al valico di Eretz, passaggio obbligato per chi debba entrare nei Territori Occupati da Gaza. Viene tradotto nel carcere di Ashkelon per trenta giorni, interrogato e torturato. Viene poi trasferito nel carcere di Ramleh, dove tuttora è detenuto.

Qualcosa si sta lentamente cominciando a muoversi: alcuni appelli di personalità internazionali (Ken Loach, Eric Cantona, Noam Chomsky e altri) e soprattutto, finalmente, una presa di posizione ufficiale del presidente della Fifa Joseph Sepp Blatter, che scrive nel suo comunicato, tra l’altro: “Nei rapporti ricevuti dalla Fifa si evidenzia il fatto che diversi calciatori palestinesi siano detenuti in violazione dei diritti umani e della loro integrità, senza processo ed in maniera illegale, dalle autorità israeliane… La Fifa lancia un appello urgente all’Ifa (Israel Football Association) per attirare l’attenzione delle autorità israeliane competenti, con l’obiettivo di garantire l’integrità fisica dei calciatori interessati, nonché il loro diritto ad un giusto processo”.

Le condizioni di salute di Mahmoud Sarsak, come abbiamo già detto, sono ormai precarie. Non potrà mai più tornare ad essere l’atleta che era: molti dei suoi organi risultano compromessi per sempre. E lo scorrere del tempo non fa che peggiorare la situazione. Potrebbe essere questione di giorni, forse di ore. Mahmoud con il suo sciopero della fame sta giocando la sua partita più importante: la partita per la libertà. La sua libertà di sportivo e di uomo. La libertà per tutti i detenuti palestinesi. La libertà per il suo popolo. Libertà: il goal più bello di Mahmoud Sarsak.

 

(Federica Pitoni fa parte della Mezzaluna Rossa Palestinese – Italia)


Genova non è finita: dieci, nessuno, trecentomila…

Firma l'appello!La gestione dell’ordine pubblico nei giorni del G8 genovese del luglio del 2001, rappresenta una ferita ancora oggi aperta nella storia recente della repubblica italiana.

Dieci anni dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, la “macelleria messicana” avvenuta nella scuola Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto e dalle violenze e dai pestaggi nelle strade genovesi, non solo non sono stati individuati i responsabili, ma chi gestì l’ordine pubblico a Genova ha condotto una brillante carriera, come Gianni De Gennaro, da poco nominato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Mentre lo Stato assolve se stesso da quella che Amnesty International ha definito “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”,  il prossimo 13 luglio dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, “devastazione e saccheggio”, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco.

Un reato concepito nel chiaro intento, tutto politico, di perseguire chi si opponeva al regime fascista. Oggi viene utilizzato ipotizzando una “compartecipazione psichica”, anche quando non sussiste associazione vera e propria tra le persone imputate. In  questo modo si lascia alla completa discrezionalità politica degli inquirenti e dei giudici il compito di decidere se applicarlo o meno.

E’ inaccettabile che, a ottant’anni di distanza, questa aberrazione giuridica rimanga nel nostro ordinamento e venga usata per condannare eventi di piazza così importanti, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, come le mobilitazioni contro il G8 a Genova nel 2001.

Non possiamo permettere che dopo dieci anni Genova finisca così, per questo facciamo appello al mondo della cultura, dello spettacolo, ai cittadini e alla società civile a far sentire la propria voce firmando questo appello che chiede l’annullamento della condanna per devastazione e saccheggio per tutti gli imputati e le imputate.

Per una battaglia che riguarda la libertà di tutte e tutti. FIRMA L’APPELLO


13 giugno: PAT, attività produttive, sviluppo sostenibile

Terzo incontro sul PAT di Mogliano organizzato dal Coordinamento del Centrosinistra, alle 20.45 al Centro Sociale mercoledì 13 giugno.

Il tema di questa serata sarà “Attività produttive e sviluppo sostenibile” .
E’ possibile pensare allo sviluppo senza per questo dimenticare l’ambiente, la limitatezza delle risorse, l’occupazione e la qualità della vita? Ne discuteremo insieme a rappresentanti del C.N.A., della C.I.A., dell’Ascom, della CGIL e del Comitato No Inceneritori.

Si parlerà ovviamente anche delle scelte portate avanti dall’amministrazione e delle informazioni che continuano a NON darci in merito allo sviluppo del PAT.

Inoltre proporremo il percorso di confronto e discussione che come opposizione vogliamo mettere in campo per consentire ai cittadini di partecipare a scelte che peseranno sul futuro di Mogliano e di tutti noi.

Un’occasione da non mancare: venite e passate parola!


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