Ineleggibilità, ovvero: decida la legge, non il popolo

Visto che sono in vena, do la mazzata finale a quel poco di popolarità che mi restava. Sono contrario all’ineleggibilità dei condannati: si tratti di primo grado o di sentenza definitiva.

Lo sono per diversi motivi, ma i principali sono questi:

  • se la politica rappresenta il popolo e detta la legge, solo la politica pur sottoposta a sua volta alla legge, può reagire e tentare di cambiarla. In altri termini la volontà del popolo, in democrazia, è al di sopra di tutto: anche della legge
  • a volte per cambiare una legge è necessario disubbidire: la disubbidienza civile è reato e tale rimane fin a che non riesca a modificare la legge verso cui si ribella
  • tutti coloro che si ribellano ad un regime sono definiti fuorilegge: i padri costituenti che hanno fondato la nostra repubblica erano in buona parte banditen
  • gente come Enzo Tortora o Antonio Negri non avrebbero  potuto  non solo essere eletti, ma nemmeno presentarsi alle elezioni
  • la legge e i giudici meritano rispetto, ma non sono infallibili, certamente non più infallibili dei politici. Il popolo nemmeno, ma può basare la sua giustizia sui grandi numeri piuttosto che sull’applicazione della norma

Sull’onda degli scandali per le ruberie e la corruzione si intende ora far passare una legge che, più o meno. dirà: se sei stato condannato a più di tot non puoi presentarsi a nessuna elezione.

Far piazza pulita di corrotti, corruttori e ladri è sacrosanto: ma si può sapere se la pensate così perchè li votate?! Non è che in parlamento (o regione, provincia, comune…) ci si arrivi per estrazione a sorte: si raccolgono voti delle persone, in buona parte delle stesse persone che poi gridano “Al ladro!“.

Chi viola la legge deve essere processato e, se condannato, subire la punizione prevista. Questo vale anche nel caso si violino le leggi che non condividiamo. Però chi viola la legge deve anche avere il diritto di presentarsi di fronte al popolo – che in fondo è la vera ultima istanza della giurisprudenza essendone la fonte – a chiederne non la clemenza, ma la condivisione dei propri atti per modificare una legge che ritiene sbagliata.

Se il popolo non condivide non lo voti: vada oltre, lo scacci. Ricordate Craxi tempestato di monetine all’epoca di mani pulite? Bene: i centesimi costano poco e picchiano sodo, se sono abbastanza: usateli.

Impedire la candidatura a chi abbia subito una condanna significa consacrare la intangibilità delle regole attuali: se non le condividi, se le hai violate sei fuori dal gioco. Se poi questa incandidabilità non farà alcuna differenza tra furto, truffa, corruzione oppure resistenza a pubblico ufficiale, adunata sedizione ed altre cose simili finiremmo per cristallizzare l’impossibilità di ribellarsi.

Eppure su questo s’è fatta una delega al governo, così un ministro tecnico – ex prefetto – ha annunciato che prima delle elezioni varerà un decreto (nulla da stupirsi se passerà con la consueta fiducia) che deciderà chi può candidarsi e chi no. Scommettiamo che una marea di No – TAV risulterà non candidabile (ammesso che volessero candidarsi)?

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