Chi di casta ferisce…

Se c’è una conclusione che si può trarre dall’ultima tornata elettorale amministrativa, è che l’onda dello Tsunami Tour s’è infranta sulla scogliera dell’antipolitica e del disincanto (???) dilaganti. Se infatti il primo partito è ovunque il non voto, questa tendenza non ha certo risparmiato i rivoluzionari pentastellati che pure s’erano auto-attribuiti il merito di averla arginata alle ultime politiche.

Vuoi che si tratti del fatto che gli italiani non hanno votato il M5S, bensì Beppe Grillo, con la consueta tendenza ad individuare, ad ogni svolta della storia, un nuovo uomo della provvidenza che con le sue virtù salvifiche (spesso collegate a quelle mediatiche: guarda un po’….) li estragga vivi dal pantano.

Vuoi piuttosto che  – come abbiamo avuto già modo di dire in tempi non sospetti – sono buoni ma non fessi: se con il 25% circa dei consensi tutto quello che sei in grado di fare è fare il possibile per promuovere un governo di grande coalizione su cui poi poter spander merda; radiare chi non la pensa come te e fare una settimana di riunioni (rigorosamente a porte chiuse: lezione di trasparenza!) sull’uso dei rimborsi e la raccolta degli scontrini…

La grande domanda a questo punto ci riporta ai classici del marxismo-leninismo: Che fare?

Che la situazione sia grave ma non seria è sotto gli occhi di tutti: la politica-politicante, spogliata della misera credibilità residua, sta trascinando con sé il già scarso (mediamente) senso civico degli italiani.

S’è nascosta dietro il paravento di una legge elettorale che offende i maiali definire Porcellum; che però s’è dimostrata al più una concausa, ma non certamente la principale: alle amministrative non vige, ci sono le preferenze, il voto disgiunto ed il controllo diretto degli eletti.

Adesso c’è chi canta vittoria fingendo di non capire che tra la percentuale che determina chi siederà sulle poltrone, ed il numero di consensi raccolti c’è la stessa differenza che passa tra arrivare terzo in una gara a tre oppure alle olimpiadi.

C’è una sinistra che a tutti gli effetti non c’è: non quantomeno a livello di elaborazione politica e rappresentatività. Tutta contorta nelle battaglie intestine tra chi è più realista e chi più ortodosso. Il povero Niki è all’angolo (per la verità se l’era scelto fin dall’inizio…), mentre il resto è semplicemente evaporato, come la foschia mattutina a primavera quando si alza il sole.

Attorno a tutto ciò c’è un popolo che pare aver perso la capacità di decidere, di reagire, se non addirittura di pensare con la propria testa. Un gran fermento di piove, governo ladro! a cui non segue non dico una rivoluzione (che pure ci starebbe in queste condizioni!), ma nemmeno un’alzata di capo.

Si risponde semplicemente con il non voto: come se ciò potesse determinare un qualsiasi cambiamento di qualsivoglia genere. Senza capire (o capendo benissimo ma fregandosene) che in tal modo si lascia sempre più la possibilità di scegliere a nome di tutti in mano a quei pochi che se la tengono stretta.

L’unica possibile via d’uscita sta nel fatto che le persone riprendano in mano il loro destino; scelgano di scegliere, decidano di decidere. Tutto è meglio di questa lenta agonia: perfino una scelta sbagliata!

E dunque l’unica strada che personalmente vedo è quella di ripartire dal piccolo, coinvolgendo le persone sui temi che le riguardano direttamente. Senza pretese didattiche o salvifiche, accettando la partecipazione dei pochi ancora disposti a sporcarsi le mani e facendone tesoro non tanto per scegliere il giusto, quanto per dimostrare che è ancora possibile scegliere.

In tutto ciò una piccola luce forse la riversa il referendum di Bologna contro il finanziamento alle scuole primarie. Certo la partecipazione è stata scarsa, ma ha dimostrato comunque che un piccolo gruppo di cittadini, guidati da un’idea condivisa, possono da soli battere i poteri forti (tutti: a Bologna lo schieramento a favore delle scuole confessionali è stato trasversale e massiccio!) e far vincere le loro scelte.

Adesso la peggior risposta immaginabile (e non siamo per nulla certi che non sarà quella che verrà data, anzi!) sarebbe accampare scuse per far finta che non sia accaduto nulla e continuare come prima. In questo modo non si farebbe altro che rafforzare l’idea che tutto è inutile

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