Archivi del mese: giugno 2013

In attesa di sentenza

Riceviamo da EcoVenezia e diffondiamo

Una storia radioattiva. Lettera di Gianfranco Bettin

Nei prossimi giorni giungerà a sentenza a Roma un processo che dura da anni, che riguarda una storia importante che forse molti hanno dimenticato e di cui magari non importa quasi più niente a nessuno, ma che potrebbe pesare molto sulla mia vita così come, in verità, sta già accadendo da tempo. E’ un processo che, a latere, ma non tanto, dell’argomento scatenante, per le modalità in cui si è svolto, chiama in causa anche la natura stessa della rappresentanza democratica e la possibilità, attraverso atti istituzionali così come attraverso la libera stampa, di porre domande scomode, di cercare la verità anche su fatti scabrosi.

E’ una storia che ri-comincia alcuni anni fa, nel 2005, ma che rinvia a qualcosa che è accaduto in tempi più lontani, nel 1990 a Porto Marghera, e che oggi sta per giungere a un primo  epilogo, dopo un lungo processo presso il tribunale di Roma, nel quale sono coinvolto come imputato. Rischio di essere condannato a pagare un milione di euro più le spese legali, somma che (perfino in dimensioni molto minori di queste) naturalmente non possiedo, con tutte le conseguenze del caso a mio carico. A scanso di equivoci, anticipo subito che lo scopo di questa mia nota è solo di far conoscere una storia che ha implicazioni pesanti di natura generale, non solo per me. Per quanto riguarda la mia vita, in ogni caso, cercherò di arrangiarmi. Qui vi chiedo soltanto, per favore, di leggere con un po’ di attenzione il racconto che segue.

Nel febbraio del 2005 a firma del giornalista Riccardo Bocca il settimanale “L’Espresso”, nel quadro di una più vasta inchiesta che si occupava tra l’altro delle piste seguite da Ilaria Alpi prima di essere assassinata insieme a Miran Hrovatin a Mogadiscio nel 1994, pubblicò un articolo su un traffico di rifiuti tossici e nocivi. In particolare si occupò del carico trasportato dalla motonave “Jolly Rosso” che nel 1989 il governo italiano aveva inviato a Beirut per recuperare circa 2 mila tonnellate di rifiuti tossici, contenute in circa 10 mila fusti, scaricate tempo prima da un’azienda lombarda (la Jelly Wax), secondo una prassi che aveva visto per anni molte aziende italiane smaltire, spesso con complicità mafiose e perfino di apparati dello Stato, rifiuti tossici in altri paesi, oppure affondandoli in mare (dopo averli a lungo smaltiti sul territorio nazionale in discariche abusive, avvelenando buona parte di certe regioni). Rientrata in Italia, la Jolly Rosso rimase dapprima all’ancora in rada e poi entrò nel porto di La Spezia in attesa che si decidesse come e dove smaltirne il carico tossico, cosa che infine fu stabilito dovesse avvenire in alcuni siti industriali, tra i quali Porto Marghera, precisamente nell’impianto SG31 della Monteco nell’area del petrolchimico.

E’ a questo punto che la storia di quei rifiuti diventa anche una nostra storia, e infine una storia mia.

All’epoca ero consigliere di quartiere a Marghera e, insieme ai Verdi e agli ambientalisti della città, in diretto contatto con operai delle fabbriche chimiche, partecipai attivamente alla mobilitazione per conoscere l’esatta composizione di quei rifiuti. Dall’interno della fabbrica, infatti, ci avevano segnalato alcune inquietanti anomalie a proposito dei fusti trasferiti qui nell’aprile 1989 dalla “Jolly Rosso” che, tra l’altro, tendevano a gonfiarsi. Sempre da dentro la fabbrica ci venne detto che, nei rifiuti, sarebbe stato presente anche una certa quantità di URANIO. Malgrado le proteste – compresa una petizione all’Ulss veneziana (allora la n.36) sottoscritta da 50 operai del petrolchimico che denunciava “l’insostenibile situazione creatasi in seguito alle continue emissioni di fumi e per altre sostanze di origine ignota”  – a partire dall’8 novembre i rifiuti tossici vennero bruciati nell’impianto SG31.

Di fronte alle proteste, il direttore del servizio di Igiene pubblica dell’Ulss 36 reagì contestando le valutazioni espresse dagli operai sottoscrittori della petizione e dagli ambientalisti e, anzi, presentò un esposto alla Procura di Venezia perché si sarebbe contribuito a “diffondere disinformazione per creare allarme tra la popolazione”. L’esposto fu archiviato.

Di questa storia si tornò a parlare, appunto, nel febbraio 2005 quando “L’Espresso”, ricordando quella vicenda, citò una relazione dell’Ulss 36 datata 28 febbraio 1990 nella quale, analizzando la condensa dei fumi usciti dal forno SG31 in due momenti diversi, 19 gennaio e il 7 febbraio 1990, si conferma la presenza di uranio. L’Espresso riportò anche il commento di Gianni Mattioli, allora docente all’Università di Roma, il quale, sottolineando come “le concentrazioni rilevate dall’Ulss 36 sono certamente preoccupanti e superano le percentuali allora fissate per legge”, anche considerando che i fumi del camino “prima di toccare terra subiscono una significativa diluizione”, sostenne che “nessuno può negare che sia stata smaltita una sostanza radioattiva. Anzi, è necessario aprire un’inchiesta per capire che tipo di uranio fosse, visto che l’Ulss non lo indica. Si trattava di combustibile esaurito di reattori? O di uranio impoverito? O, ancora, di combustibile nucleare?

Nel febbraio 2005 ero Prosindaco della città (lo rimasi fino all’aprile di quell’anno) e consigliere regionale (lo sarei rimasto fino al 2010). In questa duplice veste chiesi a chi di dovere spiegazioni su tale vicenda, di cui come si è visto mi ero già occupato molti anni prima, alla luce degli elementi nuovi che L’Espresso aveva pubblicato. Presentai, dunque, un’interrogazione al presidente della giunta regionale del Veneto, nella quale, dopo aver sommariamente riassunto la vicenda, chiedevo alla giunta “se è a conoscenza dei fatti; qual è l’entità e la natura dell’inquinamento radioattivo, se intende rendere pubblico il referto dell’Ulss tenuto segreto per 15 anni”.

La pubblicazione dell’articolo e la mia interrogazione (oltre a una, analoga, presentata alla camera dei deputati dall’allora parlamentare Luana Zanella) provocarono l’immediata reazione dell’ex responsabile del servizio di igiene pubblica dell’Ulss, il dott. Corrado Clini, che nel frattempo, dall’inizio del 1990 si era trasferito a Roma al Ministero dell’Ambiente, del quale diventerà e resterà a lungo Direttore generale (e, di recente, com’è noto, anche ministro, fino all’aprile 2013). Clini contestò in toto, con dichiarazioni riprese dalla stampa e dagli altri media, la ricostruzione dell’Espresso e contro il settimanale e contro gli autori delle due interrogazioni in sede regionale e parlamentare, il sottoscritto e Luana Zanella, presentò querela in sede civile presso il tribunale di Roma.

Al dottor Clini, sia il sottoscritto sia Luana Zanella, risposero, con un comunicato ufficiale, che nelle interrogazioni in Regione e in Parlamento il suo nome veniva citato solo a proposito delle critiche che egli aveva rivolto, all’epoca dei fatti, agli ambientalisti e che nessuna insinuazione o affermazione esplicita era rivolta nei suoi confronti e ogni riferimento a fatti specifici era posto al condizionale, quando non supportato da precisi referti e che dunque il solo fine dei nostri atti istituzionali era la piena conoscenza di quanto avvenuto intorno alla vicenda Jolly Rosso, cosa in seguito ribadita in diverse occasioni.

Alla vigilia del processo, il parlamento tutelò, come da prassi, l’on. Zanella rifiutando l’autorizzazione a procedere in quanto l’atto istituzionale – l’interrogazione – è prerogativa inviolabile di deputati e senatori. Sulla stessa linea si mosse la giunta regionale di allora (2005 – 2010) presieduta da Giancarlo Galan, che incaricò il prof. Mario Bertolissi, docente di Diritto costituzionale all’Università di Padova, di stilare un ricorso per conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale la quale, dopo alcuni anni nel corso dei quali il processo rimase sospeso presso il Tribunale di Roma, stabilì che la Regione dovesse porre la questione all’apertura effettiva del processo.

Si giunse quindi, nel 2010, all’apertura del processo nel quale, come imputati, eravamo rimasti soltanto il sottoscritto e il giornalista Riccardo Bocca autore del servizio pubblicato dall’Espresso. Nel frattempo era mutata la giunta regionale, ora presieduta da Luca Zaia, e il sottoscritto, non più consigliere regionale, provvide a segnalare alla Regione la necessità di procedere secondo l’indicazione della Corte Costituzionale e secondo la stessa prassi seguita dalla Regione da sempre, volta a tutelare il diritto dei suo eletti a porre, attraverso interpellanze, interrogazioni e altri atti ispettivi, qualunque domanda si ritenga necessaria per conoscere una data situazione e un dato problema.

La Regione, tuttavia, non ha mai provveduto a sollevare il conflitto di attribuzione, non ha mai difeso, in questo processo, il diritto dei propri rappresentanti – che sono, nella regione, rappresentanti del popolo esattamente come i parlamentari lo sono a livello nazionale – a essere tutelati nelle proprie prerogative. Le quali non sono affatto dei privilegi ma rappresentano la garanzia che, in nome dei cittadini tutti, si possano porre anche le domande più scomode, anche nei confronti di chi è potente, persona o istituzione che sia.

La Regione, a differenza di come si è sempre comportata in passato, ha lasciato aprire il processo, lo la lasciato continuare e infine chiudere, senza muovere un dito. Creando, così, un precedente pericolosissimo sia sul piano istituzionale e formale sia su quello sostanziale. Se passa il principio che si può querelare un’interrogazione, un atto ispettivo (insieme alle dichiarazioni che lo illustrano), si crea un vulnus letale nella rappresentanza e nei suoi diritti e poteri. Ignoro il motivo di questa scelta: si può pensare a sciatteria oppure a precisa volontà politica di discriminare il sottoscritto o ad altri motivi ancora. L’effetto è che comunque viene minata la pienezza del mandato istituzionale e che uno strumento indispensabile per l’accertamento delle verità viene svuotato.

Non ho niente da dire sul dott. Corrado Clini. Egli – assistito dal grande studio legale che presta anche consulenza giuridica al ministero per l’Ambiente – esercita una possibilità che l’attuale normativa lascia a chiunque, specie se potente, scambi le critiche per reati e dunque voglia e possa tenerti per anni in un processo, costoso, lungo, scomodo, scoraggiante per chiunque non disponga di mezzi per sostenere questa pesante prova. E’ la legge che andrebbe cambiata, come da tempo sostengono in molti, dall’Associazione art. 21 a giornalisti e operatori dell’informazione ad associazioni e attivisti che si vedono opporre querele milionarie e processi insostenibili per modi e tempi. Ed è la Regione del Veneto a dover essere indicata come un ente che non rispetta sé stesso né i propri esponenti, che non ha avuto in questo caso la dignità di rivendicare il proprio ruolo non certo a difesa di un privilegio bensì a tutela del diritto di tutti i cittadini alla piena e inviolabile rappresentanza.

Ora, infine, sto aspettando la sentenza, che dovrebbe giungere a giorni, se non a ore. L’aspetto con un carico di vera angoscia determinato sia dal rischio concreto – pagare una cifra esorbitante, che non possiedo, e restare magari per altri anni inchiodato a un processo che anche in caso di assoluzione continuerebbe in Appello e in Cassazione, con altre spese e altre complicazioni, e con rischi immutati – sia dalla prospettiva di veder dissolversi, per l’ignavia o a causa della complicità attiva della Regione Veneto, forme consolidate di tutela per chi, per ruolo istituzionale (come i consiglieri o gli amministratori) o per attività professionale (come i giornalisti), ha il diritto e il dovere di porre anche le domande più scomode, di continuare a cercare la verità su vicende in cui siano in gioco l’interesse pubblico e il diritto a sapere di tutti i cittadini.

Vi ringrazio dell’attenzione

 

Gianfranco Bettin

Venezia, giugno 2013


Hanno dato ragione a noi!

Sana accoppiata di figure di m… ieri sera per la Lega in Consiglio Comunale.

In primis hanno tirato la corda ai limiti della rottura sull’OdG presentato dall’opposizione  – ed accettato da tutti gli altri gruppi con un paio di ritocchi – che chiede l’impegno dell’Amministrazione per la soluzione della questione del Centro Giovani. In pratica (semplifico) si chiedeva di risolvere il degrado della struttura e rimetterla a disposizione delle associazioni giovanili.

E’ pur vero che nelle premesse si riferiva della proposta della Lega di farne la nuova sede del Distretto Sanitario e che tra i destinatari si enunciavano i soli giovani e non più in generale le associazioni del volontariato, ma in seguito ad una riunione dei capigruppo la prima è stata rimossa e la seconda completata, con soddisfazione di tutti… Fuorché della Lega.

Infatti nella persona del suo capogruppo Zardetto questa lamentava il fatto che la premessa, dove parlava di degrado, si configurava come un’accusa esplicita alla maggioranza (una sorta di piove governo ladro sotto mentite spoglie?!).

Non paghi di aver tirato la corda fino all’ultimo, sempre per bocca di Zardetto si sono spinti a dichiarare che loro non avevano parlato del Centro Giovani come sede del Distretto Sociale, ma più genericamente del Parco delle piscine. In molti si sono domandati se intendessero ospitare uffici ed ambulatori in palafitte costruite sugli alberi più solidi, ma il dubbio è rimasto irrisolto non essendosi spinto, il capogruppo Zardetto, su ulteriori scivolosi chiarimenti.

Colpo di scena: riunione del capogruppo (si: leggete bene, al singolare! Nel senso che l’unico a seguire il sindaco che l’ha indetta è stato lo stesso Zardetto) e messo ai voti prima l’emendamento che apportava le due correzioni di cui sopra e poi l’OdG così corretto, il tutto passa all’unanimità. Con un certo disappunto di Tarzan (in incognito tra il pubblico) che già si vedeva a regolare il traffico su liana per raggiungere gli ambulatori.

Non vorrei sbagliarmi, ma viene il dubbio che ciò che ha convinto la Lega sia stato qualcosa del tipo “Tanto ci chiedono di fare tutto il possibile per… Ovvero non siamo tenuti a fare nulla!“.

Ma il vero coup de théâtre arriva poi, quando si discute della proposta padana di bacchettare il ministro Kyenge per aver solo accennato all’idea di istituire uno Ius Soli corretto che permettesse ai bambini nati in Italia da genitori immigrati di ottenere facilmente ed abbastanza presto la cittadinanza.

Premessa. Per evitare di cadere in svarioni prevedibili – sui quali il pubblico sarebbe stato inclemente visto che ci si ostina a chiedere l’esame di italiano per gli stranieri – la consigliera Michele Maschietto da lettura pedissequa dell’OdG  aggiungendo di suo solamente un “e questo è tutto” sotto lo sguardo preoccupato del capogruppo che evidentemente l’aveva invitata a non correre tali rischi.

Un coacervo (nel caso mi leggessero preciso che non si tratta della coabitazione di ungulati dalle corna ramificate) di luoghi comuni, dichiarazioni terroristiche, pisciate fuori dal vaso ed amenità di altro genere.

Si va dalla clandestina che raggiunge a nuoto la spiaggia per sfornarvi il pupo che sarà poi abbandonato in Italia dalla madre rimpatriata a forza (manco il libro Cuore!); alla necessità di verificare “la conoscenza della lingua italiana, della cultura e del territorio” per assegnare la cittadinanza.  Ma scusi: quale territorio?! Perché nell’improbabile caso che lei – sebbene padana – si trasferisse a Roma, pensa la interrogherebbero sulla mappa prima di darle la residenza?! Oppure le revocherebbero la cittadinanza se non conosce questo ed il folklore laziale?!

Quanto a minzioni e vasi i toni usati nell’OdG nei confronti del ministro erano al limite (o forse oltre) dell’offesa: roba che il Consiglio Comunale di Mogliano avrebbe dovuto dichiarare che le proposte del ministro erano dovute solo “alla ricerca di visibilità mediatica“! Oppure bollare le opinioni più volte espresse dal Presidente della Repubblica come “punti di vista di un privato cittadino“. Insomma cose da scontro istituzionale.

L’opposizione presenta un emendamento: un OdG totalmente opposto nel quale si plaude all’ipotesi di Ius Soli invitando tutte le istituzioni a fare seri passi avanti sull’integrazione degli immigrati attraverso il riconoscimento della cittadinanza e dei loro diritti.

Ma il coup de théâtre di cui parlavo prima arriva qui: interviene la consigliera Montemagno che, adducendo le norme del cosiddetto Decreto del Fare, pubblicato dopo la stesura di entrambi gli OdG, indica entrambi come superati nei fatti, visto che tale decreto ha ribadito le norme attuali sulla concessione della cittadinanza semplicemente semplificando ed accelerando le procedure.

Esulta Zardetto: hanno dato ragione a noi, non c’è più motivo di chiedere pronunce formali dal Consiglio! E dopo un po’ di svicolamenti e tira e molle (gli rodeva pronunciare la parola “ritiro“) acconsente a ritirare l’OdG.

Peccato che quello che è stato proditoriamente utilizzato per coprire la coda che pendeva tra le gambe (così si sono ritirati: orecchie basse e coda tra le gambe, anche se l’aria era di bullesca sufficienza) sia a tutti gli effetti solo una serie di semplificazioni normative senza alcun intento di cambiamento di leggi fondamentali. Malgrado ciò bollato da Ignazio La Russa così «vuole far passare uno ius soli mascherato sotto forma di semplificazioni»: si mettano d’accordo!

In altri termini il Decreto del Fare ha come unico obiettivo semplificare un po’ la vita dei cittadini e delle aziende snellendo la burocrazia: qualsiasi decisione in merito alla concessione della cittadinanza o alla eliminazione del vergognoso reato di clandestinità istituito dalla famigerata Bossi – Fini (entrambi personaggi non certo al culmine della popolarità ultimamente), spetterà al Parlamento nel prosieguo della legislatura. Dunque non da ragione alla Lega, ma si limita a limare alcune spigolosità della burocrazia che ammanta l’attuale legge in attesa di vedere se rimarrà o sarà cambiata.

E per giunta non mi pare che il ministro Kyenge abbia ancora fatto sua una proposta di legge: finora si è solo parlato liberamente della cosa.

Comunque diamo a Cesare quel che è di Cesare: un merito la Lega lo ha avuto ed è giusto riconoscerglielo! Tra il pubblico infatti erano presenti diversi cittadini stranieri: tra cui giovani e giovanissimi di cui mai avrei immaginato l’interesse per la partecipazione alla vita pubblica. Chissà che l’aver assistito ad una dimostrazione di civiltà serva loro a rafforzare questo interesse e renderlo più continuativo.


Niente di meglio da fare?!

Manca un “anche”…

Mentre il ludico si dedica alla campagna “spendiamo l’avanzo” (come non avesse già scialacquato lo scialacquabile!) correndo il rischio di aprirsi da un orecchio all’altro pur di trasmettere un’immagine di serena disponibilità, e segnalando – nella composizione della foto – quali siano i suoi riferimenti culturali; non si fanno consigli comunali da un bel tot: le malelingue insinuano che il motivo stia nella difficoltà da parte della maggioranza di quadrare il cerchio del bilancio per cui uno non vuole aumenti di tasse, l’altro vuole le aiuole, tutti vogliono prepararsi la campagna elettorale del 2014.

I termini per il bilancio sono stati prorogati al 30 giugno e questo concede respiro all’asmatica compagine che (s)governa Mogliano.

Arriva comunque la notizia che il giorno 18 un consiglio ci sarà: non ho visto ancora l’OdG per cui non so se riusciranno anche a bilanciarsi, ma qualche notizia ce l’ho e mi preme darvela.

Pare che l’ultimo punto all’Ordine del Giorno sia una mozione proposta da un partito di maggioranza: la Lega. Evidentemente le recenti batoste anziché spingere i suoi esponenti a mettere in moto le residue meningi per pensare a cosa fare, li stanno gettando nel panico che – si sa – è cattivo consigliere.

Infatti in piena crisi economica, sociale, politica, sistemica, ecc. ecc. su cosa si concentra l’arzillo carroccio moglianese?

Verrebbe da dire che, considerando che si tratta dell’unica forza politica organizzata dell’Armata Brancaleone (leon, leon, leon: fiuuut BUM!), si attivi per far valere nei confronti dell’Amministrazione le sue strategie economiche (tipo cambiare nuovamente le piantine delle aiuole in centro o altri shock positivi di tal fatta).

Invece no: pare che il centro dell’interesse padano/moglianese stia nell’enorme rischio che possa un giorno passare una legge che istituisca una versione annacquata e italica dello Ius Soli, ovvero del diritto alla cittadinanza per i bambini nati in Italia anche se da genitori stranieri. Dunque chiedono una esplicita presa di posizione del Coniglio Comunale condita (sempre pare) da una reprimenda per il neo ministro all’integrazione  Cecile Kyenge colpevole di non voler prevedere un esame di lingua e cultura italiana per l’eventuale concessione (ovviamente in tempi e modi da definire!).

Con ciò i verdi padani riesco a riunire, in un unico atto, la bellezza di tre cazzate: opporsi ad una legge che non esiste e nemmeno è stata ancora proposta; accodarsi alla campagna contro la ministra di colore (pur immaginiamo senza usare i toni della loro collega padovana); chiedere un test che se fosse applicato seriamente in maniera universale dovrebbe implicare la revoca della cittadinanza italiana ad un bel po’ di persone, tra le quali certamente esponenti anche di spicco del carroccio!

Come comunisti verrebbe da promuovere una manifestazione antirazzista, magari che impedisca al consiglio comunale di discutere la mozione in questione. Ma noi siamo dei pacifisti ed anche molto ragionevoli e ligi ai doveri, per cui non ci sogneremmo mai di impedire un’assemblea democratica.

Piuttosto, visto che siamo fantasiosi, invitiamo i moglianesi antirazzisti ad una manifestazione molto rispettosa delle assemblee, dei diritti e della cultura italiana. Troviamoci il 18 in tanti tra il pubblico del Consiglio Comunale limitandoci ad un unico atto: ad ogni strafalcione sintattico o grammaticale, ad ogni congiuntivo disperso, ad ogni neologismo gratuito – padano o anglofono che sia – lanciamo un BUUUUU! corale e contiamo più uno.

A fine serata potremo dare ai consiglieri il risultato dei loro test, giusto per capire se quella cittadinanza che intendono negare agli altri loro la meritino….


Con parsimonia ed oculatezza

Avrete ricevuto anche voi immagino, l’auto incensante missiva del sindaco dott. Giovanni Azzolini che “con parsimonia ed oculatezza” utilizza cartoncino pregiato e buste intestate a sé stesso, per far distribuire a mano (immaginiamo dai dipendenti comunali) l’intempestivo primo atto della campagna elettorale 2014.

Si citano presunti meriti dell’amministrazione corrente come risparmi di milioni sul personale (senza licenziare nessuno… Ma evidentemente riducendo comunque posti di lavoro e/o orari e dunque stipendi) o azzeramenti delle nomine politiche. Non si dice che tali azzeramenti derivano da fallimenti o liquidazioni di società patrimonio dell’intero comune oppure dalla loro cessione a privati compiacenti. Ne si dice che l’azzeramento è avvenuto non prima di aver piazzato deretani amici su ogni poltrona disponibile, e che questi hanno largamente contribuito al fallimento delle stesse; e neppure che ci si è garantiti posti di commissario che assicurano di poter fare altrettanto altrove.

Come se il patto di stabilità riguardasse lui solo, si citano grandi numeri “bloccati in conto corrente” che potrebbero servire – vedi tu! – per fare tutte le cose mai fatte fino ad ora malgrado i bisogni; con la debita eccezione delle strade del centro che a suon di riasfaltature ed aiuole fiorite son l’unica manutenzione effettuata (questa si senza parsimonia alcuna!) in tutti questi anni.

Invita poi a sottoscrivere la sua lettera al governo che chiede di rimuovere il patto di stabilità: strabiliante! E chiude con un modesto “io sono solo un amministratore al vostro servizio e sotto vostro giudizio“. Pare abbia già scordato il decisionismo del vangelo secondo Gentilini e le meravigliose sorti e progressive dei moderni manager degli esordi.

A voler dar seguito alle sensazioni verrebbe da dire che superato rapidamente il trauma dell’inattesa dipartita (politica) di Gentilini che l’ha lasciato orfano di miti e protettori; vista la mal parata del carroccio, il ludico sindaco dott. Giovanni Azzolini stia iniziando a cercare di rifarsi un’immagine presentabile anche nel mondo civile, quello che non si accontenta dei malpancismi padani ma chiede competenza e serietà, fatti e non parole, modestia e senso delle istituzioni.

In altre parole potremmo sbagliarci, ma così a occhio questa missiva è il primo passo per l’ennesimo cambio di casacca al quale il prode si prepara in vista della scadenza elettorale dell’anno prossimo. Chi vivrà vedrà


Distinti saluti sig. Rossi

L’altro giorno consideravamo il fatto che negli USA i principali servizi internet sono sotto il controllo dei servizi segreti.

Oggi scopriamo il decreto del 24 gennaio 2013 “Direttiva recante indirizzi per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionale” che all’art. 11 “obbliga gli operatori di telecomunicazioni e gli Internet service provider (ma non solo: anche per esempio a chi gestisce gli aeroporti, le dighe, i servizi energetici, i trasporti) a garantire alle autorità l’accesso ai alle proprie banche dati per non meglio specificate«finalità di sicurezza», senza che sia prevista una autorizzazione della magistratura o del Garante per la protezione dei dati personali.” (ZeusNews 10/06/2013).

Dunque dopo aver porto i nostri omaggi a mr. Smith, oggi salutiamo anche il sig. Rossi!


Fuori! E che sia una volta per tutte

“E’ finita l’era Gentilini, è finita l’era della Lega e del Pdl. Stop. Adesso Gentilini scompare dalla scena amministrativa e politica”: è il commento all’ANSA di Giancarlo Gentilini, che a poche sezioni dalla fine esce sconfitto dalla corsa a sindaco di Treviso, città dove la Lega ha governato negli ultimi 20 anni.


Best regards Mr. Smith

Leggo da Zeus News che il CEO di Google Eric Schmidt (non ho sbagliato cognome nel titolo…) ha dichiarato che «Se avessi oggi dei bambini piccoli parlerei con loro davvero per prima cosa della privacy e in seguito del sesso». E ancora «Io credo che a ciascuno appartengano i propri dati. E ciascuno dovrebbe essere in condizione di cancellarli: è questa la policy di Google»

Posizione assolutamente condivisibile, malgrado di fatto Google (e non solo lui ovviamente!) disponga di un quantitativo spaventoso di informazioni sulle persone e lo utilizzi a scopo commerciale.

Del resto se la cosa è fatta con trasparenza è compito dell’utente capire come vengono utilizzati i suoi dati e decidere se tale utilizzo sia sufficientemente remunerato dai servizi che gli vengono forniti online. Può decidere che la riservatezza è più importante, nel qual caso evitare di usufruire dei servizi, o al contrario decidere di rendere disponibili queste informazioni in cambio di posta elettronica, mappe, ricerche, ecc.

L’importante è essere informati e consapevoli di cosa si fornisce a chi e di cosa si riceve.

Però…

Televideo RAI 7 giugno 2013 ore 4:26

“L’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) e l’Fbi possono controllare direttamente anche nei server di 9 società internet americane, estraendo video, audio e foto che consentono di ‘seguire’ movimenti e contatti delle persone. Nome in codice del programma è Prism ed è stato creato nel 2007. Lo afferma il Washington Post, sottolineando che il programma è una delle fonti primarie della Nsa. Fra le società a cui la Nsa e l’Fbi hanno accesso ci sono Microsoft, Yahoo!, Google, Facebook, Paltalk, Aol, Skype, Youtube e Apple”

… ed alle 4:56 la stessa fonte informa

“Il programma di sorveglianza Prism sulle maggiori aziende di internet riguarda esclusivamente cittadini non americani che vivono fuori dagli Usa. Lo ha assicurato un alto esponente dell’amministrazione Obama, osservando che la legge americana che autorizza questo tipo di raccolta dati non permette il controllo di cittadini Usa. Si tratta -sottolinea la fonte- della più importante mole di dati d’intelligence mai accumulati e che sono stati usati per proteggere la nazione da molteplici minacce.”

Immagino che ad FBI e NSA non freghi assolutamente nulla di quello che possiamo scrivere noi in questo piccolo blog, almeno fintanto che Gentilini è al potere: se cadesse lui e si instaurasse la perniciosa Repubblica dei Soviet di Treviso, con il simbolo della falce e martello svettante sul palazzo della ragione, la situazione potrebbe repentinamente mutare.

Comunque l’importante è sapere quali informazioni si forniscono a chi e, magari, poter cogliere l’occasione per porgere i saluti a chi dovesse leggerle: immagino che, trattandosi di NSA ed FBI si chiamino più o meno “Mr. Smith” e dunque

Best regards, Mr Smith!


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