Riflettendo sulla riflessione

Leggo sul sito del comune “una modesta riflessione per prevenire” fatta dall’assessore Giorgio Copparoni, al quale si deve riconoscere di essere una delle voci più ragionevoli nell’urlato quotidiano della maggioranza che governa (speriamo ancora per poco) Mogliano.

Prima di tutto vorrei unirmi alla solidarietà nei confronti dell’assessore Severoni: politicamente mi sono quasi sempre trovato in totale disaccordo con le sue scelte e le sue posizioni e non ho mai esitato a farglielo sapere in maniera estremamente chiara. Ciò non toglie che io possa apprezzare il suo gesto di interporsi di fronte ad un atto violento e che denunci in maniera ferma ciò che ha subito. A lui dunque tutta la mia solidarietà (ed il dispiacere) per quanto gli è accaduto.
Ma passiamo alla riflessione. Dice Copparoni:

Sotto la definizione “extracomunitario” raggruppiamo tutti coloro che, apparentemente diversi da noi, incontriamo quotidianamente. Sbagliato. Ci sono persone che rispettano e apprezzano la nostra cultura e il nostro modo di vivere, che stanno alle regole, che ci siamo a ragione dati, e che contribuiscono al benessere della nazione. Ci sono altri che vivono coscientemente al di fuori della comunità, vittime di un’accoglienza superficiale e finto buonista, che non vanno definiti extra-comunitari ma incivili

Sebbene intenda porre un argine a reazioni razziste che evidentemente si attende quantomeno da una parte dei suoi concittadini – e questo non posso che condividerlo, pur chiedendomi quanto la sua parte politica abbia finora contribuito alla crescita smodata di tali pulsioni – dimostra a sua volta la presenza di preconcetti analoghi a quelli che a parole vorrebbe combattere, sebbene mitigati da una coscienza che evidentemente non gli permette di accettare il razzismo scoperto.

Ci sono persone che rispettano ed apprezzano la nostra cultura“. E’ vero; così come è vero che ci sono tantissime persone che la rispettano meno, persone che non la apprezzano per nulla e persone che non condividono nemmeno lontanamente l’idea che possa esserci una nostra cultura da condividere. Io per esempio, che extracomunitario non lo sono affatto, rispetto il diritto di Copparoni e dei suoi di esprimere le loro idee e la loro cultura; rispetto molto meno le loro posizioni (ovvero appunto la loro cultura), non le apprezzo affatto e rifiuto l’idea che tra la mia e la loro possa esserci una qualsiasi comunanza che permetta di abbinarle in un nostra!

Se sul piano culturale la distanza è consistente, diviene poi abissale su quello lessicale. Quanta ostinazione ed enfasi – assessore Copparoni – su questo termine extracomunitario! Potrei citare una sfilza di nomi di  cittadini americani – appunto extracomunitari, in quanto non cittadini della Comunità Europea – che hanno compiuto reati gravissimi nel nostro territorio o contro nostri concittadini e molti casi nei quali si sono sfilati dalla nostra giurisdizione dimostrando non solo di non riconscersi nella nostra cultura, bensì di disprezzare la nostra sovranità ed ai nostri diritti. Se poi volessimo citare l’elenco di concittadini, ma anche compaesani, che hanno dimostrato analoga mancanza di rispetto non finiremmo veramente più.

Con ciò intendo dire che le categorie cittadino, comunitario, extracomunitario, razza, etnia, ecc. nulla hanno a che vedere con quanto accade in questi casi: si tratta di categorie fittizie, comodamente attaccate alla bisogna a situazioni nelle quali la distinzione andrebbe fatta tra legale ed illegale, tra violento e non violento.

Perchè alla bisogna? Semplice: basta guardare i titoli dei giornali per distinguere il “Pirata della strada che ammazza la vecchietta” dal “Pitrata della strata romeno (o marocchino, tunisino, ecc.) che ammazza la vecchietta”. La distinzione tra i due qual’è?! O ancora: il marito che piccia la moglie rientrando dall’osteria è più rispettoso della nostra cultura di quello che lo fa rientrando dalla moschea?

Certamente rispettano ed apprezzano la nostra cultura quegli industriali che, dal Veneto e dalla Lombardia (ma non solo),  hanno pagato la mafia per smaltire in maniera illegale rifiuti tossici in zone densamente abitate, condannando alla morte per cancro centinaia di persone e forse generazioni intere per molti anni a venire. Loro non tirano cazzotti ne estraggono il coltello, in ciò assolutamente in linea con i nostri valori… Come la mettiamo in questo caso con il finto-buonismo?

Mi spiace molto per ciò che ha subito l’assessore Severoni: fossi stato lì sarei avrei tentato di intervenire in suo aiuto contro il delinquente che l’ha malmenato e minacciato con un coltello, che avrebbe potuto benissimo essere moglianese piuttosto che di qualsiasi altra provenienza.

Qui l’accoglienza, il finto-buonismo, il comunitario e l’extra-comunitario non centrano proprio nulla: non ci sono buonismi con chi estrae il coltello, ne accoglienza verso chi massacra di botte la moglie o altro.

Qui la distinzione è tra razzismo ed antirazzismo e la differenza tra le due posizione non è quella tra coloro che considerano tutti gli extra-comunitari cattivi e coloro che li considerano tutti buoni; bensì tra coloro che condannano un comportamento senza chiedersi quale sia la nazionalità di chi lo mette in pratica, e coloro che, al contrario, condannano la non condivisione di una presunta nostra cultura e da ciò fanno derivare, in maniera quasi automatica, il comportamento contrario alle regole della convivenza civile.

In questo dunque – e mi spiace dirlo in un certo senso! – la sua posizione, assessore Copparoni, non è meno razzista di quella che a parole sta condannando; ma solo più moderata, meno becera nella sua espressione.

Ma non dobbiamo essere razzisti, la motivazione è una sola: noi non siamo una razza, siamo una cultura. Cultura che va difesa e protetta, senza indifferenza, anche con i comportamenti quotidiani.
Buon anno, Assessore Giorgio Copparoni

E’ vero: noi non siamo una razza, ma non siamo nemmeno una cultura. Siamo piuttosto tante culture diverse, ciascuna delle quali portatrice delle sue specificità, dei suoi valori, ed anche dei suoi difetti. Fintanto che queste differenze provengono da un bacino artificiosamente definito come nostro (per similitudine della lingua,  dei tratti somatici, del colore della pelle, della religione…) le accettiamo tuttalpiù criticandole.

Se invece provengono da un presunto altrove – la cui definizione, si badi bene, è sempre politica! – le rifiutiamo. E dunque l’unico modo per non apparire razzisti è quello di accettare coloro che sono disposti a rinunciarvi in nome di una tranquillizzante omologazione che non serve a difendere una cultura, ma solo la coscienza di chi non vuole doversi riconoscere razzista.

Buon anno a lei assessore; con l’augurio che il nuovo anno possa portare a tutti noi una visione meno angusta ed egoistica dei rapporti tra le persone

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