Sacrosanto! Ma mi sfilo…

Ricevo l’invito a partecipare ad una iniziativa lanciata dalle donne di SNOQ (Se Non Ora Quando?) per ottenere la parità di genere nella riforma elettorale.

L’appello – da cui togliamo solo l’accenno al box di Repubblica allegato al messaggio ricevuto e l’indirizzo a cui inviare l’elaborato (per evitare di diffondere dati personali) –   è il seguente:

Da oggi parte una campagna sui social network che punta ad ottenere nella riforma elettorale la parità di genere per candidature ed eletti. Le donne appartenenti a tantissime associazioni femminili, a partire da Se Non Ora Quando?  inonderanno la rete con le loro foto esponendo un cartello: Se non è 50 e 50 non è democrazia paritaria # IO CI SONO
DIVULGATE A TUTTI donne e uomini! Più volti avremo e più avremo voce!

Sacrosanto: senza dubbio. Sono pronto a sottoscrivere immediatamente una richiesta in tal senso, ma…

Ma il problema è che la giustissima battaglia per la parità di genere finisce per fungere da (certamente involontario!) grimaldello per scardinare la questione della rappresentanza democratica, che a mio parere dovrebbe essere quantomeno congiunta, se non addirittura prevalente. In altri termini hanno ben ragione le donne a pretendere la parità di genere, ma in un contesto di rappresentanza democratica che, invece, manca totalmente nelle proposte che stanno circolando.

Il sistema con cui molto probabilmente ci troveremo a votare alle prossime elezioni legislative è stato deciso da un condannato con sentenza definitiva insieme ad un segretario di partito eletto a furor di popolo ma non si sa bene da chi, e quindi imposto a tutti pena la scomunica.

Definisce a tavolino maggioranza assoluta chi raggiunga in coalizione circa un terzo dei consensi espressi (ovvero dei votanti, non dei cittadini), anche se poi rischia di rimanere da solo, considerando le soglie di sbarramento imposte per sfrondare il campo dalle liste minori. In altri termini un partito con il 20%, alleandosi con altri 5 che prendano il 3% circa ciascuno, potrebbe poi trovarsi a governare da solo con il 53% dei parlamentari dell’unica camera titolata a legiferare (visto che il Senato verrebbe trasformato in un’assemblea di sindaci o poco più).
Assegna alle gerarchie il potere di comporre brevi liste di fedeli nominati nelle quali l’elettore non potrà scegliere. Prevedrà la possibilità di candidarsi in più collegi per garantire la copertura certa di chi più preme. Sarà corretto con un meccanismo salva Lega che farà si che lo sbarramento che vale per i rompiscatole che i due capi non vogliono tra i piedi non valga allo stesso modo per gli amici del cavaliere. Non dunque uno sbarramento di garanzia di rappresentatività ma uno ad personam.

Dunque mi pare sia come se in Argentina le madri di Plaza de Mayo avessero fatto una battaglia per la parità di genere nelle alte gerarchie dell’esercito e nel comando delle scuole militari.

Con ciò non intendo sottintendere che le prime firmatarie di questo appello l’abbiano lanciato con l’esplicito intento di sviare l’attenzione da quello che è il vero vulnus alla rappresentanza democratica; ma non posso non rilevare il fatto che, battendosi per l’inserimento nella proposta dell’alternanza di genere nelle liste si finisca per dare per scontato che per il resto la proposta sia accettabile.

Per questo motivo, pur condividendo il senso della loro battaglia, non vi parteciperò

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