Fatemi capire se ho capito…

Dunque: il segretario del PD, Matteo Renzi, sulla base del mandato ricevuto da circa il 68% dei più o meno tre milioni di votanti alle primarie per l’elezione del segretario, opta per sfiduciare il governo di cui il suo partito è principale azionista e varare un nuovo esecutivo con lui stesso a capo. E fino a qui tutto bene: checché ne dicano le nuove mode non siamo ancora una repubblica presidenziale e l’elettore non vota il premier; dunque il principale partito è legittimato a rinnovare o togliere la fiducia e fare le sue proposte, anche per un cambio della guardia a Palazzo Chigi. Spetta poi al Capo dello Stato valutarne la fattibilità ed al Parlamento confermarla o meno con il voto di fiducia.

Gli annunci fatti in pompa magna ed in diretta streaming, suonano più o meno così: cambio di marcia, governo fino alla scadenza naturale della legislatura (2018), legislatura costituente. E qui le cose mi sono meno chiare.

Innanzi tutto non ricordo che fossimo andati alle urne con la prospettiva di una legislatura costituente. O meglio: la destra c’aveva pure provato, ma chi le ha votato contro forse era di idee differenti. Non ricordo di aver sentito proposte: se l’orizzonte sono modifiche costituzionali mi aspetto di valutare in quali direzioni e poter scegliere su questa base chi mi rappresenterà al meglio! Non penso nemmeno che i votanti alle primarie intendessero partecipare ad un referendum costituzionale.

Quanto alla scadenza naturale della legislatura credevo che le larghe (o larghine) intese tra opposti schieramenti fossero nate con l’obiettivo di traghettare il paese fuori da una fase delicata ed indecidibile, nel più breve tempo possibile; varare una legge elettorale senza i vizi di incostituzionalità certificati dall’Alta Corte e poi riportarci alle urne per tornare alla normalità. Qui invece si decide che le larghe intese divengono l’orizzonte politico da aspettarci fin quasi alla fine del decennio. A meno che, ovviamente, non si intenda rivedere l’assetto politico del governo ritentando la strada già fallita da Bersani.

Il nodo più delicato però è quello del cambio di marcia. Non è chiaro infatti se per “cambio di marcia” si intende un cambiamento delle politiche, oppure si intende un’accelerazione delle decisioni. Considerato il fatto che il PD pur avendo la maggioranza nel governo non ce l’ha (da solo) in Parlamento, e dunque deve trovare l’accordo con altri per far passare le misure proposte, o Renzi riesce a formare una maggioranza alternativa all’attuale per portare avanti una politica diversa; oppure porta avanti la sua politica con l’attuale maggioranza.

Nel primo caso farei i salti di gioia: non che mi aspetti chissà quale svolta radicale, ma certo una maggioranza senza la destra avrebbe maggiori probabilità di fare scelte che si possa condividere. Mi pare però che siano state battute tutte le strade dell’accordo alternativo, già da Bersani e senza nessun esito. A meno che il cambio di maggioranza non comprenda la istituzionalizzazione dell’armonia trovata con Berlusconi in merito alla legge elettorale…

Nel secondo caso  Renzi dovrebbe avere un asso nella manica per costringere diversamente berlusconiani e centrini vari a piegarsi alle scelte del PD. Oppure non resta che orientare le future scelte del PD in maniera tale che risultino facilmente digeribili agli attuali alleati e consentano di procedere celermente e senza veti.

Non è che io voglia a tutti i costi mettere delle ipoteche sul futuro, ne meno che meno che intenda difendere il governo dimissionario! Ma se devo essere sincero, considerate tutte le alternative (che vedo) tendo ad aspettarmi una ulteriore decisa svolta a destra della politica italiana. Se sommiamo a ciò la prospettiva di durare fino al 2018 e gli obiettivi di governabilità a scapito della rappresentanza e revisione costituzionale il quadro risulta forse più chiaro… Ma anche piuttosto nauseante!

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